Finalmente una mattina le cose sono fatte di materia, più o meno solida, oppure liquida, ma di materia. Di ogni persona vedo la pelle, i capelli, i vestiti, la sagoma occupare fisicamente lo spazio. Posso posare lo sguardo sulle cose e sentirlo tornare indietro, posso sentire l'asfalto sostenermi il passo. Pensare fluido senza aspettative, arrendermi alla musica senza smarrire la consapevolezza della scenografia in cui mi muovo. Un scena reale. Normale. Una donna cammina frettolosamente verso una stazione metropolitana per raggiungere il suo posto di lavoro. Una scena già vista.
Il frullo d'ali di un piccione lì a un passo, il canto di un venditore pakistano. Un gabbiano preso in prestito da un cielo di Brest, una ragazza dipinta, toglie il cappello e scuote i riccioli, si guarda intorno, aspetta qualcuno. I rami allungano le dita sulla strada. Vedo lo scalpiccìo sordo di due brogues nere. Musica e aria si rubano spazio. La superficie del mondo si increspa, non c'è modo di interrompere questo processo divisionistico. Non posso più guardare una cosa ma solo vederla, entrarci dentro, mescolarmi agli occhi che incontro. Non cammino, annullo lo spazio, non penso, avverto, non ascolto la mia musica, entro in risonanza, non respiro, partecipo.
Dipingo il mio quadro, poche pennellate dense e lo getterò via. Quando scendo, alla prossima fermata.
mercoledì 28 gennaio 2009
Quadro
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3 commenti:
Davvero molto bello... Giulia
Bello si...
In questi giorni leggevo da più parti della scrittura come necessità. Per me è così.
Tanto più bello per questo ricevere i vostri complimenti, grazie
:-)
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