venerdì 12 dicembre 2008

Saramago e la cecità delle coscienze


Ho letto "Cecità" senza conoscere niente di Josè Saramago, se non la nazionalità portoghese e il fatto che era stato insignito del Nobel per la letteratura nel 1998. Solitamente leggo la biografia solo dopo aver letto almeno un libro di un autore, un modo, lo ammetto forse un pò ingenuo, per conservare un atteggiamento più libero verso l'opera, il più possibile lontano da condizionamenti di qualunque tipo.
Nato ad Azinhaga il 16 novembre 1922 da padre agricoltore poi diventato poliziotto, Josè Saramago si trasferì con la famiglia a Lisbona nel 1924. A causa delle difficoltà economiche dovette presto abbandonare gli studi e svolse attività precarie di ogni tipo fino a trovare impiego stabile nel campo dell'editoria. Il suo primo romanzo del 1947, "Terra del peccato" fu male accolto dal Salazar, il dittatore a cui Saramago si era sempre tenacemente opposto, ottenendo per questo pesanti censure nella sua attività giornalistica. Nel 1969 si iscrisse al Partito Comunista portoghese riuscendo sempre ad evitare di finire nelle mani della polizia del regime. Dal 1974 in poi Saramago si dedicò completamente alla letteratura, inaugurando anche uno stile di scrittura personale e innovativo. Il riconoscimento a livello internazionale arriverà però solo negli anni novanta, con "Storia dell'assedio di Lisbona", il controverso "Il Vangelo secondo Gesù", e "Cecità".
La storia raccontata in "Cecità " avviene in un non luogo e un non tempo che sono il tempo e il luogo dell'uomo contemporaneo; gli attori, tutti senza nome, sono individui la cui identità si manifesta nel loro rapporto con la loro capacità o, nel caso specifico, incapacità di vedere.

Un racconto fortemente allegorico, in cui i comportamenti e le enunciazioni, separate l'una dall'altra solo dalla virgola come il filo di un unico discorso, per quanto sfaccettato, di un solo articolato individuo-umanità, sono gli strumenti di un'appassionata denuncia sociale.
Un uomo al volante della sua auto vede come ultima cosa la luce del semaforo, poi improvvisamente non vede più niente se non una luce densa e biancastra: è il primo cieco. Comincia a gridare, viene soccorso da un passante che si offre di accompagnarlo a casa, e che poi gli ruba l'auto. Il passante sarà il secondo cieco, e il primo a soccombere alla nuova realtà. Il mal bianco, la cecità che non è il non-vedere delle tenebre, dell'oscurantismo e dell'ignoranza, ma la cecità di chi "potrebbe vedere" ma è abbagliato dal candore latteo dell'indifferenza e dell'egoismo, finisce con il dilagare passando da un individuo all'altro, a cominciare dall'oculista che visita il primo cieco e da tutti i suoi pazienti, il bambino strabico, la ragazza dagli occhiali scuri che avrebbe dovuto curarsi una semplice congiuntivite, poi via via tutte le persone che con loro entrano in contatto. L'unica inspiegabilmente immune a questa "nuova cecità" è la moglie del medico, che tuttavia si fingerà cieca per restare vicina al marito, e che sarà l'unica a non perdere mai la sua capacità di vedere, per diventere suo malgrado la guida e l'unica speranza di salvezza del gruppo dei primi contagiati, attraverso un percorso di catarsi attraverso tutti gli stadi, fino al livello più infimo del degrado fisico e morale e della perdita della dignità umana. Il governo, cieco più dei ciechi, adotta il provvedimento dettato dalla paura, isolare in una quarantena rigidissima i ciechi e i possibili contagiati rinchiudendoli in un vecchio manicomio, che diventerà il teatro di orrori, soprusi e violenze, scatenate dalla repressione, dall'isolamento e dalla mancanza di acqua, delle più elementari condizioni igieniche e di cibo: i più basilari diritti umani. I reclusi cominciano ad organizzarsi in bande, arrogandosi il diritto di distribuire il cibo chiedendo in cambio i pochi beni materiali prima, prestazioni sessuali alle donne poi. Il mondo in mano ai ciechi è un mondo rovesciato, dove regnano logiche opposte a quelle universalmente accettate nel mondo di chi vede o dovrebbe vedere, e dove però gli individui finiscono col rivelarsi per ciò che veramente sono, o forse sono diventati. La moglie del medico si scopre capace di perdonare il tradimento del marito e di provare compassione per lui e per la donna con cui è stata tradita, ma capace anche di uccidere, seppure per estrema difesa di sè stessa e del suo gruppo; la ragazza "sessualmente disinvolta", è "vera" nel suo amore filiale profondo, e capace di sentimenti concreti che reggeranno alla prova finale. Ma è quasi solo per caso che i reclusi scoprono, brancolando nel loro biancore, di non essere più sorvegliati e uscendo dalla loro prigione si trovano ciechi in un mondo ormai completamente cieco e senza risorse: senza elettricità, senza più acqua, senza più cibo che non sia avvelenato, un mondo in cui i morti lungo le strade vengono sbranati dai cani, e pur passandogli accanto, nessuno riesce a vederli. Siamo abituati da tempo, dice Saramago, a passeggiare vicino ai morti senza vederli. Morti dei quali troppo spesso siamo responsabili e incoscienti, proprio come la moglie del medico che scoprendo nel sottoscala di un supermercato un magazzino non ancora depredato dalle masse vagolanti in cerca di risorse commestibili, decide di non condividere con i ciechi affamati presenti sul posto la sua scoperta, giustificandosi con il timore che la rivelazione potrebbe farli ammassare per le scale e ucciderli: ma i ciechi sentono l'odore del cibo che lei porta via dopo aver mangiato, e finiranno proprio per uccidersi schiacciandosi tra loro: e sarà proprio la moglie del medico a scoprire l'orrore dei fuochi fatui prodotti dai corpi dietro la porta sbarrata e a fare i conti con il proprio rimorso. Nel nuovo mondo cieco, nessuno riesce più a ricongiungersi con i propri beni materiali, e dovrà rinunciare alle proprie ansie di possesso, perchè anche quando è tanto fortunato da riuscire a ritrovare la propria casa e le proprie cose, qualcuno li ha già fatti suoi, non riuscendo a sua volta a ritrovare i propri. Bisogna aspettare l'azione purificatrice della pioggia per pulire le anime insieme ai corpi con l'aiuto delle forze della natura, e per riuscire a recuperare un pò di dignità, solo così e con l'aiuto reciproco si esce dall'incubo. Non manca infine la capacità di redenzione della letteratura, quasi le parole scritte fossero brani di un unico discorso universale che si snoda nel tempo e nello spazio per parlare della e alla intera umanità. C'è speranza infine nella possibilità di tornare a vedere tutti, a vedersi, a capire, per quanto non manchi un senso di profondo smarrimento, e di paura.

2 commenti:

giulia ha detto...

Amo Saramago di cui ho letto tutto compreso questo libro. L'ho letto molto tempo fa e mi hai aiutato a ricordare molti passi, ciao. Giulia

Elena ha detto...

Ti ho pensato molto sai mentre le lo leggevo, pensavo al nome del tuo blog, continuamente, a quanto fai per combattere proprio questa cecità..