L’amore e le sue trappole, le illusioni e le schiavitù congenite, felici e infelici del matrimonio, il sesso, e soprattutto un acre odore di morte, fin dalle prime pagine, e il sapore amaro di una vecchiaia ogni giorno più evidente.
Cartagena, in Colombia, primi del ‘900, tra villaggi di terra, paludi e fogne a cielo aperto, in cui il colera lascia i morti a marcire sulle strade. Le storie umane si snodano parallelamente allo sviluppo della navigazione fluviale che il fiume fa prima fiorire e poi morire. Illusione e disincanto, sogno e realtà, pulsioni di libertà e prigionia delle convenzioni sociali morali e religiose che si scontrano e si intrecciano in un continuo e sofferto groviglio di eventi e situazioni che accompagnano i protagonisti nel loro lungo viaggio attraverso i giorni e le notti. Che libro hanno letto diverso da me coloro che hanno descritto in commenti e recensioni una storia d’amore eterno, una cosa smielata detta così, un libro anche “che nulla aggiunge alla grandezza di Màrquez”, riferendosi come quasi sempre quando si parla di lui ai Cent’anni di solitudine e forse a Cronaca di una morte annunciata? Una volta di più mi dico che ognuno legge il proprio libro, e che non ha senso decidere di non leggerne uno per quello che ne hanno detto altri. Di miele nemmeno l’ombra nel “mio” amore ai tempi del colera, in queste pagine che ho trovato pervase da un realismo crudo e da un’ironia dolorosa, un disincanto nostalgico che si pianta dentro come una lancia e non ti molla fino alla fine. Certo che non ho potuto evitarlo, di infilarmi nei panni di Fermina voglio dire, nei panni della Dea Incoronata, perchè poi ognuno ha i propri di sogni a cui rendere conto ogni giorno. Ma Fermina è una donna con i piedi per terra, e mi ha aiutato a mantenermi lucida. Lei e Florentino Ariza sono i grandi protagonisti comuni della storia, li conosciamo ragazzini e li lasciamo vecchi. Invecchiano rimanendo sé stessi, forte e libera lei, pur ingabbiata in un matrimonio e in una vita e tra obblighi sociali che non sono i suoi, inguaribile romantico, poeta, fedele all’inverosimile e retorico lui, che fa carriera nella navigazione fluviale unicamente pensando ad un'improbabile unione con Fermina, fino a farne il filo conduttore della sua esistenza, invecchiano fisicamente decadendo un po’ ogni giorno, intimamente vivendo e abbandonando progressivamente le illusioni, ma conoscendo la ricchezza incomparabile della consapevolezza che ogni esperienza vissuta aggiunge, senza mai riuscire a colmare il vaso di ciò che di nuovo c’è da imparare esistendo, e da sé stessi. In tutti i protagonisti, rilevanti o marginali di questa lunga storia si manifesta la pulsione incontrollabile di tornare prima o poi nei luoghi del proprio passato, di riprendere le fila di un discorso che per tutti la vita ha in qualche modo interrotto. La delusione inevitabile e prevedibile nel ritrovare una realtà completamente diversa da quella vagheggiata, a volte completamente irriconoscibile, sembra aggiungere forza attraverso un dolore che per tutti deve essere necessariamente vissuto: è tanto evidente quanto siamo soliti pensare al passato proiettandovi la felicità di oggi che non riusciamo a riconoscere, e che ci ostiniamo ad attribuire a quanto abbiamo perduto solo per il fatto che è perduto e non più replicabile, nella totale amnesia di quanto quel passato sia stato in quel momento anche infelicità. Mi dà un gusto speciale pensare che quello che mi ha lasciato questo libro è la convinzione che l’ineluttabilità, una qualità tanto facilmente assimilabile all’approssimarsi della vecchiaia e della morte è tanto più presente nella vita, con la differenza che di questo resta immensamente difficile, quasi impossibile a volte, prendere atto.
lunedì 13 ottobre 2008
Gabriel Garcìa Màrquez, L'amore ai tempi del colera
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