venerdì 18 aprile 2008

L'Arte di vivere. Oscar Wilde, Il Ritratto di Dorian Gray


Oscar Fingal O'Flaherty Wills Wilde nasce a Dublino il 16 ottobre 1854. Il padre Sir William Wilde era un importante oftalmologo londinese, la madre Jane Francesca Elgee aveva un importante salotto letterario a Dublino, era impegnata a favore dell’emancipazione femminile ed era una poetessa di successo. Fino a nove anni Oscar Wilde viene istruito in casa, poi frequenta il Trinity College, per terminare gli studi ad Oxford dove si laurea nel 1878. E’ a Oxford che subisce la profonda influenza del suo professore Walter Pater , scrittore tra i principali fondatori del movimento estetico, e di Ruskin, scrittore, poeta e pittore, in cui la meditazione estetica assumeva connotazioni più marcatamente sociali e anticapitalistiche. Oscar Wilde scandalizzava una Oxford rigidamente vittoriana con le sue posizioni religiose irriverenti e con il suo atteggiamento e un abbigliamento a dir poco originali. Si divertiva a far parlare il prossimo di sé nella vita quanto e più che nella sua arte. A questo proposito era solito dire che la vita stessa è una forma d’arte, e che per quanto riguardava la sua, era ciò in cui aveva profuso tutto il suo genio, mentre si era limitato ad esprimere il talento nelle sue opere.

Un concetto che emerge anche nel romanzo “Il Ritratto di Dorian Gray” (1890) attraverso le parole di Lord Henry che afferma di Basil Hallward, il pittore del ritratto: ”Mio caro ragazzo, Basil mette nel suo lavoro tutto quel che ha di buono. Di conseguenza non gli rimangono per la vita che i suoi pregiudizi, i suoi principii, e il suo buon senso. I soli artisti personalmente deliziosi che io conosca, sono i cattivi artisti. I buoni artisti esistono semplicemente nelle loro opere, e quindi sono del tutto senza interesse nella loro vita.” La storia narra di come il bellissimo Dorian Gray diventi il modello del pittore Hallward, che si innamora a tal punto della sua giovinezza e del suo candore da esserne completamente soggiogato. Lo ritrae in varie ambientazioni, finchè decide di raffigurarlo al naturale, senza alcun travestimento. Dorian è bello e giovane, il ritratto è splendido, ma il giovane è annoiato e privo di interesse per qualunque cosa. Finchè, proprio il giorno in cui il pittore sta per terminare il ritratto, egli conosce Lord Henry, raffinato e acuto amico di Basil, in visita a casa sua. Lord Henry stuzzica la curiosità di Dorian, tanto che tra loro si instaura fin da subito una stimolante intesa. Dorian ha già una luce diversa negli occhi, non ha mai posato così bene, il ritratto è stupefacente: lo stesso Dorian ne rimane incantato, e osservando il ritratto esprime il fatale desiderio: che sia l’immagine del quadro ad invecchiare e a portare i segni delle sue passioni, e che la gioventù possa rimanere per sempre intatta sul suo bel viso. La sua preghiera verrà accolta, con risvolti tragici e inquietanti. La prefazione al romanzo è un vero e proprio manifesto estetico, le cui enunciazioni vengono sviluppate una per una dai protagonisti della storia. L’arte per l’arte; la ricerca della bellezza, portata da Dorian Gray alle sue estreme conseguenze; un certo cinismo che serpeggia come il retrogusto asprigno necessario perché si concretizzi un’idea di libertà, per non nascondersi dietro una vile ipocrisia: il Lord Henry del romanzo in questo senso è il vero Oscar Wilde, colui che usa Dorian Gray come uno strumento per sondare i percorsi più tortuosi che la ricerca della bellezza può indurre a percorrere. Cita Dante per spiegare la sua ossessione, “il tentativo di rendersi perfetti attraverso l’adorazione della bellezza.”. Il cinismo fa da contrappunto alla più fulgida poetica, che pure emerge incontaminata: “Un silenzio. La sera si addensava nella camera. Tacitamente, con piedi d’argento, le ombre penetravano dal giardino. Lentamente i colori esulavano dalle cose.” Ma non tutto è come sembra. Non è infatti Lord Henry a contaminare Dorian Gray con le sue enunciazioni ciniche e dissacranti. Certo è lui per primo a risvegliare la curiosità di vivere nel suo spirito, e le sue dichiarazioni sono certo sempre provocatorie, ma il sospetto che si tratti di “una posa”, per di più ironica e distaccata e quindi alla fine dei conti innocua, è sensibile: “Il vostro cinismo è una posa” dice Basil Hallward in uno dei tanti scambi di idee a Lord Henry. “La naturalezza è una posa; e la più irritante che io conosca, esclamò Lord Henry, ridendo”. Il vero responsabile, riconosciuto come tale anche dallo stesso Dorian, del decadimento morale in cui precipita il giovane ritratto nel quadro, è proprio colui che con il suo buon senso, la sua coscienza (o la sua “viltà”?) e le sue prediche si pone a difesa delle sue virtù e della sua purezza, e che accusa Lord Henry di avere una cattiva influenza sul giovane. Basil Hallward adora Dorian e lo induce ad adorare incondizionatamente sé stesso e la grazia della propria gioventù : nelle prime pagine del romanzo il pittore non riesce o non osa spiegare il suo “segreto”, il mistero che lui sa nascondersi nel ritratto e per cui non vuole che venga esposto ad una importante mostra, adducendo il pretesto, “infantile” dice Lord Henry, che nell’opera ci sarebbe troppo della sua anima. Ma forse, questa sua reticenza allude più a quanto di basso e meschino si nasconde dentro ognuno di noi al di là delle nostre buone intenzioni, della bellezza che esteriormente ricerchiamo, al fatto che, inconfessabilmente, in ogni uomo coesistono virtù e meschinità, paradiso e inferno. Sottintende certamente il suo convincimento per cui la coscienza sarebbe “solo l’etichetta del prodotto: viltà” , e che vilmente, quindi Basil Hallward non ha il coraggio di confessarlo… Non dà una bella immagine dell'alta società dell'epoca, Wilde, ma è spaventosamente attuale quando dice: "La società non condanna chi è ricco e contemporaneamente affascinante.": direi che se Wilde scriveva in un'epoca decadente, forse oggi non ci troviamo in una condizione molto lontana da quella... Non tutto è come sembra. Nemmeno l'anticonformismo di Wilde. L'esito dell'estetismo puro e dell'apparente assenza di moralismo di Dorian Gray non è certo felice. Dorian non può sottrarsi al giudizio della propria coscienza racchiusa nel quadro, malgrado i goffi tentativi di nasconderlo, in soffitta, coprendola con un pesante drappo. Nè Gray potrà continuare a vivere eliminando la propria anima. Per Wilde "Il vizio e la virtù sono materia d'arte." Ma questo non impedisce all'artista di riconoscere il bene e il male, nè di affermare che alla propria anima non si sopravvive. Un risvolto sorprendentemente in linea con la morale comune, oserei dire proprio moralista... E d'altro canto é lo stesso autore ad affermare che "il valore di un'idea non ha nulla a che fare con la sincerità di chi la enuncia. E' però probabile che meno l'individuo è sincero, tanto più pura è la sua idea, perchè essa non risente nè dei suoi bisogni, nè delle sue passioni, nè dei suoi pregiudizii. "Chissà poi se Wilde aveva letto Goethe o era anche lui affascinato da un certo fatalismo quasi scientifico, se ha scritto "...una specie di fato che perseguita le nostre buone decisioni.", e anche "Non ci poteva essere piuttosto qualche singolare ragione scientifica? Se il pensiero poteva influire su un organismo vivo, non avrebbe anche potuto influire in qualche modo sulla materia morta e inorganica? Le cose esterne non potevano, senza pensiero nè desiderio cosciente vibrare all'unisono coi sensi e con le passioni, gli atomi cercando gli atomi in segreti amori e per strane affinità?" Sembra quasi di leggere le "Affinità elettive"... Dorian Gray è un personaggio profondamente triste, in lui la vita reale perde consistenza quanto più egli si sente spettatore più che protagonista delle proprie azioni, come assistesse ad una tragica rappresentazione, quindi indifferente alle gioie quanto agli altrui dolori. Né sembra in grado di provare realmente simili passioni, o di sopportare il vuoto che va continuamente cercando di colmare mediante l’adorazione dei sensi e i mille simboli di tutte le sue transitorie manie: ora broccati e antichi paramenti sacri, sete orientali dai nomi di poesia, ora gioielli e pietre preziose tra le più rare, la musica e gli strumenti musicali più ricercati, essenze e profumi inebrianti, la letteratura nelle rilegature più introvabili. Tutta quella bellezza ammassata nei corridoi della sua splendida grande casa non sembrano poter nulla contro la crudeltà che sempre sembra essere presente nella gioia più pura come nel piacere, né contro l’indifferenza che sempre aleggia sulla passione. E questo libro, direi che non è nè morale nè immorale. E' semplicemente una bella storia scritta bene. Questo è tutto.

5 commenti:

Amfortas ha detto...

Ho pensato a che commento lasciare, e alla fine mi sono deciso per una cosa molto sintetica.
È il libro che ho regalato di più, credo possa essere abbastanza indicativo del mio giudizio su questo capolavoro assoluto.
Ciao!

Elena ha detto...

La mia è stata una rilettura, ne avevo un bel ricordo, ma stavolta mi ha veramente conquistato
:-)

Lo zotico ha detto...

Professoressa!!
Ma io avrei detto "Stavolta mi ha veramente conuistata
:-))

Comunque Lei mi ha convinto: LO LEGGERO'...

Fumata ha detto...

letto e riletto...in italiano e in inglese..
ci avevo fatto anche una relazione a scuola....sull'aspetto psicologico che si poteva trarre dal libro...e mi ero presa anche un bell'8 e mezzo :D

beh cosa dire...il gioco sottile delle parole di oscar wilde, in un romanzo che ogni volta che si legge ci dona qualcosa di diverso, l'arte del "riflettere" sia dentro se stessi che ....in uno specchio :)

Elena ha detto...

Fumata! E' un piacere ritrovarti qui :-)
Oscar Wilde per me è un prototipo di artista e di uomo di cultura, fuori dagli schemi eppure infarcito di cultura classica, intelligente, stracolto, brillante, profondo, acuto, geniale, libero, una personalità a dir poco complessa.
La mia convinzione si è rafforzata con la lettura del De Profundis, di cui non sono ancora riuscita a terminare di scrivere un commento che sia almeno sufficiente nella forma e nel contenuto... :-))