Daniel Barenboim è pianista e direttore d’orchestra, musicista dall’età di 7 anni, epoca in cui fece il suo primo esordio a Buenos Aires.
Nato in Argentina da genitori russi di origine ebraica, all’età di dieci anni si trasferì in Israele. Fu in Israele e poi a Roma, Salisburgo, Parigi, che completò la sua formazione umana e artistica. In questo Maestro l’uomo e il musicista sembra siano così profondamente l’uno nell’altro, uno il completamento dell’altro, da risultare perfettamente distinti pur nella loro inestricabilità. Fra le pagine del libro la musica si rivela come lo strumento per comprendere meglio l’esistenza, per insegnarci a governare le emozioni attraverso il pensiero.
Niente come la musica parla alla nostra emotività, ad ognuno in modo differente per come è, e in una lingua difficilmente esprimibile a parole. Ma non per questo, non per il fatto di riguardare l’ineffabile è priva di contenuto. Ed è qui, nella ricerca di questo contenuto che interviene il pensiero. La prima parte del libro si sofferma sulla natura della musica. In primo luogo il suo esprimersi attraverso un fenomeno effimero quale è il suono, suono che ha una durata necessariamente limitata, suono che nasce dal silenzio e nel silenzio finisce. “Sotto questo aspetto la musica è lo specchio della vita: entrambi cominciano dal nulla e finiscono nel nulla”. In un continuo parallelo tra musica e vita, sulla legatura delle note dice: “Il legato impedisce a una nota di sviluppare il suo io naturale, ovvero di diventare tanto importante da mettere in ombra la nota precedente. Ogni nota deve essere consapevole di sé ma anche dei propri limiti; le stesse regole che si applicano agli individui nella società si applicano anche alle note musicali”. E ancora: “L’operazione di legare le note mi ha insegnato la relazione tra individuo e gruppo. Per l’uomo è necessario contribuire alla società in maniera individuale; ciò fa sì che l’intero sia maggiore della somma delle parti. Individualismo e collettivismo non devono essere reciprocamente esclusivi; in realtà, insieme riescono a potenziare l’esistenza umana.” Sulla musica come strumento educativo: “Ai bambini si può insegnare l’ordine e la disciplina attraverso il ritmo e la musica.” La musica che insegna a governare sé stessi: “I giovani che conoscono la passione per la prima volta e perdono ogni senso di disciplina possono capire attraverso la musica come passione e disciplina possano coesistere-persino la frase più focosa deve avere alla base un senso dell’ordine...…In definitiva, quella che forse è la lezione più difficile per l’uomo - imparare a vivere con disciplina e nondimeno con passione, nella libertà e nondimeno nell’ordine - traspare con chiarezza da ogni singola frase musicale.” Il musicista scrittore del libro, cresciuto e nutrito a Spinoza (“Spinoza aiuta a capire che la ragione può andare insieme al sentimento”) e a Bach, non si limita ad assimilare e conoscere la musica da un punto di vista tecnico, quindi attraverso la forma. Ma in primis ne ispeziona ogni volta la struttura, i singoli elementi, tutte le sue componenti, staccandole una dall’altra, perché solo così, afferma, attraverso la conoscenza profonda e analitica di ogni singola parte il tutto si chiarisce, e solo allora, dopo averne sviscerato ogni segreto, si può acquisire la libertà, quella libertà che sarà finalmente applicabile pur entro i limiti imposti dalla stessa struttura musicale; e poi ne analizza il fondamento, l’idea, il significato più profondo, e come si relaziona all’esperienza umana. De “Il clavicembalo ben temperato” di Bach afferma: “Perchè Bulow dice che Il clavicembalo ben temperato è come il Vecchio Testamento? Cos'è il Vecchio Testamento? Da un lato è la storia di un popolo e delle sue esperienze. Dall'altro è una raccolta di riflessioni sulla vita mondana, sull'amore, l'etica, la morale e la natura degli uomini. (...) Ecco cosa rappresenta per me il Vecchio Testamento, al pari di ogni altro capolavoro, compreso Il clavicembalo ben temperato.” Mente illuminata, magnifico sognatore, in cui la parola Democrazia finalmente riacquista il suo significato puro e originario, perfino realizzabile ed effettivamente realizzato, non la democrazia sfilacciata con cui da ogni parte si usa riempirsi la bocca ad ogni occasione. La Democrazia vera, quella della West-Eastern Divan Orchestra (nome ripreso dal “Divano occidentale-orientale” di Goethe, opera in cui lo scrittore tedesco eleva la poesia al rango di letteratura universale, l’Occidente e l’Oriente che si assimilano ed integrano, contaminandosi reciprocamente con il proprio particolare lirismo), quella di un’Orchestra in cui Barenboim è riuscito a far suonare musicisti ebrei e palestinesi e di altri paesi arabi insieme, musicisti ebrei e palestinesi che hanno suonato in Israele, all’Israel Festival in Jerusalem le musiche di “Tristan und Isolde” di Wagner, mandando in frantumi un tabù assoluto, Orchestra che nel 2005 è riuscita a far arrivare i musicisti ebrei fino a Ramallah in Palestina dopo una vera odissea di permessi e lasciapassare, paure, rinunce e adesioni dell’ultimo minuto da parte degli stessi musicisti. Non stupisce affatto che Barenboim sia stato nominato Ambasciatore delle Nazioni Unite per la Pace. Un sognatore che ha fatto del suo sogno non un’ingenua utopia ma un progetto realizzabile, dimostrando al mondo che la convivenza tra Stato di Israele e cultura Palestinese non solo è possibile, ma è l’unica da strada da percorrere per una soluzione del conflitto definitiva. Un ebreo, che ha affermato che finchè gli ebrei continueranno a guardare il futuro attraverso la lente dell’Olocausto paradossalmente consentiranno che altri, in questo caso i Palestinesi, patiscano lo sradicamento territoriale o in alternativa l’annientamento culturale di cui è stato vittima il loro stesso popolo. Ecco cosa dice sul concetto di tolleranza: “Il significato della parola tolleranza è del tutto improprio se vediamo in essa solo una forma di generosità altruistica. Racchiude in sé qualcosa di presuntuoso: io sono meglio di te. Goethe espresse in maniera sintetica questo concetto quando disse: “Limitarsi a tollerare è un insulto; la vera assenza di pregiudizi vuol dire accettazione”. La vera accettazione, potrei aggiungere, significa riconoscere la differenza e la dignità dell’altro. In musica, questo è rappresentato perfettamente dal contrappunto o polifonia. L’accettazione della libertà e della individualità dell’altro è una delle lezioni più importanti che la musica ci impartisce” . La musica vola alta sopra ogni barriera territoriale o culturale, parla una lingua universale, insegna ad ascoltare la voce degli altri e a non travalicarla. Molti musicisti, dice Barenboim, fanno della loro musica lo specchio di come vivono. Al contrario, lui, ha scelto di vivere esattamente come suona, ascolta e interpreta la musica.
Nato in Argentina da genitori russi di origine ebraica, all’età di dieci anni si trasferì in Israele. Fu in Israele e poi a Roma, Salisburgo, Parigi, che completò la sua formazione umana e artistica. In questo Maestro l’uomo e il musicista sembra siano così profondamente l’uno nell’altro, uno il completamento dell’altro, da risultare perfettamente distinti pur nella loro inestricabilità. Fra le pagine del libro la musica si rivela come lo strumento per comprendere meglio l’esistenza, per insegnarci a governare le emozioni attraverso il pensiero.
Niente come la musica parla alla nostra emotività, ad ognuno in modo differente per come è, e in una lingua difficilmente esprimibile a parole. Ma non per questo, non per il fatto di riguardare l’ineffabile è priva di contenuto. Ed è qui, nella ricerca di questo contenuto che interviene il pensiero. La prima parte del libro si sofferma sulla natura della musica. In primo luogo il suo esprimersi attraverso un fenomeno effimero quale è il suono, suono che ha una durata necessariamente limitata, suono che nasce dal silenzio e nel silenzio finisce. “Sotto questo aspetto la musica è lo specchio della vita: entrambi cominciano dal nulla e finiscono nel nulla”. In un continuo parallelo tra musica e vita, sulla legatura delle note dice: “Il legato impedisce a una nota di sviluppare il suo io naturale, ovvero di diventare tanto importante da mettere in ombra la nota precedente. Ogni nota deve essere consapevole di sé ma anche dei propri limiti; le stesse regole che si applicano agli individui nella società si applicano anche alle note musicali”. E ancora: “L’operazione di legare le note mi ha insegnato la relazione tra individuo e gruppo. Per l’uomo è necessario contribuire alla società in maniera individuale; ciò fa sì che l’intero sia maggiore della somma delle parti. Individualismo e collettivismo non devono essere reciprocamente esclusivi; in realtà, insieme riescono a potenziare l’esistenza umana.” Sulla musica come strumento educativo: “Ai bambini si può insegnare l’ordine e la disciplina attraverso il ritmo e la musica.” La musica che insegna a governare sé stessi: “I giovani che conoscono la passione per la prima volta e perdono ogni senso di disciplina possono capire attraverso la musica come passione e disciplina possano coesistere-persino la frase più focosa deve avere alla base un senso dell’ordine...…In definitiva, quella che forse è la lezione più difficile per l’uomo - imparare a vivere con disciplina e nondimeno con passione, nella libertà e nondimeno nell’ordine - traspare con chiarezza da ogni singola frase musicale.” Il musicista scrittore del libro, cresciuto e nutrito a Spinoza (“Spinoza aiuta a capire che la ragione può andare insieme al sentimento”) e a Bach, non si limita ad assimilare e conoscere la musica da un punto di vista tecnico, quindi attraverso la forma. Ma in primis ne ispeziona ogni volta la struttura, i singoli elementi, tutte le sue componenti, staccandole una dall’altra, perché solo così, afferma, attraverso la conoscenza profonda e analitica di ogni singola parte il tutto si chiarisce, e solo allora, dopo averne sviscerato ogni segreto, si può acquisire la libertà, quella libertà che sarà finalmente applicabile pur entro i limiti imposti dalla stessa struttura musicale; e poi ne analizza il fondamento, l’idea, il significato più profondo, e come si relaziona all’esperienza umana. De “Il clavicembalo ben temperato” di Bach afferma: “Perchè Bulow dice che Il clavicembalo ben temperato è come il Vecchio Testamento? Cos'è il Vecchio Testamento? Da un lato è la storia di un popolo e delle sue esperienze. Dall'altro è una raccolta di riflessioni sulla vita mondana, sull'amore, l'etica, la morale e la natura degli uomini. (...) Ecco cosa rappresenta per me il Vecchio Testamento, al pari di ogni altro capolavoro, compreso Il clavicembalo ben temperato.” Mente illuminata, magnifico sognatore, in cui la parola Democrazia finalmente riacquista il suo significato puro e originario, perfino realizzabile ed effettivamente realizzato, non la democrazia sfilacciata con cui da ogni parte si usa riempirsi la bocca ad ogni occasione. La Democrazia vera, quella della West-Eastern Divan Orchestra (nome ripreso dal “Divano occidentale-orientale” di Goethe, opera in cui lo scrittore tedesco eleva la poesia al rango di letteratura universale, l’Occidente e l’Oriente che si assimilano ed integrano, contaminandosi reciprocamente con il proprio particolare lirismo), quella di un’Orchestra in cui Barenboim è riuscito a far suonare musicisti ebrei e palestinesi e di altri paesi arabi insieme, musicisti ebrei e palestinesi che hanno suonato in Israele, all’Israel Festival in Jerusalem le musiche di “Tristan und Isolde” di Wagner, mandando in frantumi un tabù assoluto, Orchestra che nel 2005 è riuscita a far arrivare i musicisti ebrei fino a Ramallah in Palestina dopo una vera odissea di permessi e lasciapassare, paure, rinunce e adesioni dell’ultimo minuto da parte degli stessi musicisti. Non stupisce affatto che Barenboim sia stato nominato Ambasciatore delle Nazioni Unite per la Pace. Un sognatore che ha fatto del suo sogno non un’ingenua utopia ma un progetto realizzabile, dimostrando al mondo che la convivenza tra Stato di Israele e cultura Palestinese non solo è possibile, ma è l’unica da strada da percorrere per una soluzione del conflitto definitiva. Un ebreo, che ha affermato che finchè gli ebrei continueranno a guardare il futuro attraverso la lente dell’Olocausto paradossalmente consentiranno che altri, in questo caso i Palestinesi, patiscano lo sradicamento territoriale o in alternativa l’annientamento culturale di cui è stato vittima il loro stesso popolo. Ecco cosa dice sul concetto di tolleranza: “Il significato della parola tolleranza è del tutto improprio se vediamo in essa solo una forma di generosità altruistica. Racchiude in sé qualcosa di presuntuoso: io sono meglio di te. Goethe espresse in maniera sintetica questo concetto quando disse: “Limitarsi a tollerare è un insulto; la vera assenza di pregiudizi vuol dire accettazione”. La vera accettazione, potrei aggiungere, significa riconoscere la differenza e la dignità dell’altro. In musica, questo è rappresentato perfettamente dal contrappunto o polifonia. L’accettazione della libertà e della individualità dell’altro è una delle lezioni più importanti che la musica ci impartisce” . La musica vola alta sopra ogni barriera territoriale o culturale, parla una lingua universale, insegna ad ascoltare la voce degli altri e a non travalicarla. Molti musicisti, dice Barenboim, fanno della loro musica lo specchio di come vivono. Al contrario, lui, ha scelto di vivere esattamente come suona, ascolta e interpreta la musica.

4 commenti:
Già! Parla una lingua universale, ma spesso, forse, ci vorrebbero dei buoni orecchi per ascoltarla. O forse ci vorrebbero buoni orecchi per ascoltare la voce degli altri?
Se questo Barenboim, che sembra uno scioglilingua deflagrante piuttosto che un vero nome, riesce a spiegarmi davvero e a farmi capire tutte queste cose attraverso la musica?
Se così fosse penso che questo libro dovrò decidermi ad acquistarlo e leggerlo. Anzi: spero proprio che me lo facciano per regalo! :))
E poi uno che sa spiegare così il “Clavicembalo Ben Temperato”, è sicuramente un uomo da sposare. Se fossi stato una donna e non fossi così zotico, io me lo sarei sposato ‘sto Daniel.
Però, una cosa la vorrei sottolineare: tutti i post nei quali racconti i libri che hai letto, c’è sempre tanto entusiasmo, tanta ammirazione per chi li ha scritti. Ma li trovi sempre così interessanti i libri? Non sarebbe più piacevole se tu investissi il tuo tempo a guardare un po’ di tv?
P.S.: ma è proprio giusto chiamarlo “Clavicembalo Ben Temperato?”
:))))
Signor zotico, le buone orecchie servono sì come Lei dice, sia per ascoltare la musica che per ascoltare gli altri. Trovo che ascoltare gli altri sia molto più difficile.
Spero che avrà presto l'occasione di leggere e magari rileggere questo libro, :) perchè è veramente piacevole sia per coloro che di musica se ne intendono, sia per chi, come me, si diletta solo ad ascoltarla.
Sul Clavicembalo Ben Temperato mi sono limitata a riportare quanto scritto dall'autore, non so risponderLe, mi affascinava questo paragone con il Vecchio Testamento, non capisco perchè Lei invece si mostri così affascinato tanto da pensare addirittura ad un matrimonio con questo musicista. Questo mi fa pensare che Lei sappia molto bene di cosa parla :). O forse invece in Lei il Clavicembalo Ben Temperato evoca altri contesti in cui la musica è solo un piacevole contorno, chissà. :))
Ma che disdetta, se Lei dice che io mi mostro sempre entusiasta nei confronti dei libri che leggo forse non legge tutte le mie recensioni, ma solo quelle positive. La recensione su L'ignoranza di Kundera p.es. è una recensione tutt'altro che entusiasta, su Baudolino di Eco ho scritto che è stato una faticaccia, Senza Sangue di Baricco senza infamia e senza lode. Forse Lei frequenta questo blog da poco tempo? O ultimamente è diventato più assiduo?
:))
Grandissimo Daniel Barenboim!Stupendo il suo libro, trovo sia geniale!Vi segnalo una bellissima opportunità per noi appassionati!Sarà al Ravello Festival l'11 e il 12 agosot:unica tappa italiana!Visitate il sito: www.ravellofestival.splinder.com per avere maggiori informazioni!Bel blog, complimenti!
Grazie bridget
Ciao!
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